Riforma delle tariffe elettriche domestiche: un non-sense

Non tutti i lettori sono probabilmente al corrente della più che discutibile riforma delle tariffe elettriche, che interessa i circa 30 milioni di utenti elettrici domestici italiani, e che prevede tre step progressivi – partiti il 1° gennaio 2016 – per arrivare il 1° gennaio 2019: (1) alla totale eliminazione della “progressività” (che permetteva a chi consumava meno di pagare di meno, logica alla base del risparmio energetico); (2) allo spostamento degli oneri di rete e di sistema dalla parte variabile della bolletta, a quella fissa, cioè che non varia in base al consumo, con grave penalizzazione per bassi consumi e seconde case.

La riforma delle tariffe elettriche per gli utenti domestici, partita il 1° gennaio del 2016, è stata attuata dall’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera, all’epoca AEEG) come recepimento della Direttiva Europea 2012/27/UE sull’efficienza energetica. Essa prevede, entro il 31 dicembre 2017, il completo superamento della “struttura progressiva” della tariffa per il trasporto dell’energia elettrica, la gestione del contatore e degli oneri di sistema che troviamo nelle nostre bollette.

La “struttura progressiva” era stata introdotta negli anni ’70 in periodo di “austerity” e prevedeva un costo unitario dell’energia elettrica che aumentava per scaglioni all’aumentare dei consumi; ciò ha consentito, a suo tempo, di stimolare un’ampia diffusione degli elettrodomestici essenziali per il benessere delle famiglie e disincentivare gli sprechi di energia elettrica, ed oggi poteva essere ostacolo all’uso delle più moderne soluzioni per la climatizzazione ambiente e per la ricarica delle auto elettriche.

L’idea dietro la riforma è che le soluzioni tecnologiche innovative – quali le pompe di calore elettriche e le auto elettriche – comportano grandi benefici in termini di incremento della sostenibilità ambientale (riduzione dei consumi di energia primaria, riduzione dell’inquinamento, aumento del peso delle fonti rinnovabili, etc.) ma in passato sono risultate economicamente non competitive per via della tariffazione progressiva che produceva incrementi molto rilevanti nella spesa energetica.

In pratica, a fronte di una netta riduzione dei consumi di energia primaria (23-25%) ottenuta con l’uso di queste nuove tecnologie, la tariffazione progressiva che produceva incrementi molto rilevanti nella spesa energetica totale in Euro (34-53%), rendendole palesemente antieconomiche. La soluzione adottata dall’Unione Europea e recepita dall’Italia, tuttavia, penalizza fortemente le famiglie più povere, che non possono permettersi le nuove tecnologie e spese più elevate per i loro bassi consumi.

In pratica, con la riforma del gennaio 2017 (delibera 582/2015/R/eel), l’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico (oggi Arera) ha stabilito una nuova tariffa TD per i servizi di rete, quindi relativi al trasporto e alla distribuzione dell’energia elettrica, spostati sulla parte fissa: quello che comporta la riforma è quindi che i costi di rete risultano pagati semplicemente per la potenza impegnata e non più in base ai kWh consumati dal cliente. Un’assurdità evidente, ma incredibilmente così è.

Pertanto, da gennaio 2017 non esistono più le vecchie tariffe D2 e D3, ma si ha un’unica tariffa TD per i servizi di rete: la TD si applica a tutti i clienti domestici, eliminando la distinzione tra clienti residenti e non residenti ed abolendo gli scaglioni di consumo. In precedenza, invece, erano previste tariffe (cioè costi non fissi ma variabili e proporzionali al consumo) regolate dall’Autorità più alte per le seconde case rispetto a quelle per gli immobili dove l’intestatario della bolletta era residente.

Le vecchie tariffe D2 e D3, sostituite dalla nuova tariffa TD.

L’effetto esplosivo della riforma sulla spesa di una famiglia – riforma che avrebbe avuto un senso se fosse stata attuata tutelando le fasce deboli della popolazione, cosa che non è affatto successa – lo si vede già particolarmente bene sulle seconde case, tipicamente caratterizzate da bassi consumi perché abitate solo per poco tempo nell’arco dell’anno, e che oltretutto difficilmente utilizzerebbero le pompe di calore per il riscaldamento invernale, quand’anche fossero delle case di montagna.

Infatti, come previsto dalla riforma decisa dall’Autorità per l’energia, dal 1° gennaio 2017 i clienti domestici non residenti devono pagare circa 20 euro al mese di base, anche senza consumi, come di solito accade per gran parte dell’anno nelle seconde case, spesso abitazioni al mare o in montagna. Così non stupisce che un utente abbia segnalato di aver notato un aumento di ben 135 euro all’anno nel 2017 nella bolletta elettrica per la seconda casa, nonostante i relativi consumi siano stati bassissimi.

La portata dell’aumento è inversamente proporzionale ai consumi: chi consuma poco o niente nota un forte aumento, chi consuma molto (più di 2500 kWh/anno) paga di meno nel 2017 che nel 2016. Tuttavia, è ovvio che nel caso delle seconde case i consumi annuali sono solitamente molto bassi, per cui la novità si traduce in un vero e proprio salasso e le bollette nei periodi in cui la casa è disabitata possono aumentare tranquillamente del 200% (cioè raddoppiare), e in molti casi addirittura di più!

Il cosiddetto “break even”, o punto di pareggio, si colloca intorno a un consumo totale annuo tra i 2000 e i 2500 kWh. In pratica, chi ha pagato circa 600 € totali nel 2016 (corrispondenti appunto a un consumo compreso tra 2000 e 2500 kWh) pagherà grosso modo la stessa cifra anche nel 2017; chi invece ha consumato di meno, registrerà un aumento rispetto al 2016, mentre chi ha consumato di più noterà un certo risparmio (sempre nel caso che i consumi del 2017 siano pari a quelli del 2016).

Evidentemente, il forte incremento delle quote fisse colpisce gli utenti con i consumi energetici più bassi e in particolare quelli con i consumi pari o prossimi a zero. Perciò, vi sono state in Rete molte segnalazioni di lettori con la cifra ricorrente di 47,92 €, che corrisponde alla tipica bolletta bimestrale del 2017 per le utenze domestiche non residenti con consumi pari a zero, una bolletta che fino al 2016 costava circa 23 €. Vi è e quindi stato un incremento di circa 25 € nel 2017: praticamente è raddoppiata.

La riforma della tariffa elettrica degli utenti domestici, inoltre, taglia le gambe a fotovoltaico, risparmio elettrico e cogenerazione, rendendo così anche indirettamente più salata la bolletta per gran parte delle famiglie con consumi piccoli e medi. Infatti, spostare i costi verso la parte fissa compromette il mercato del fotovoltaico e delle altre tecnologie per risparmiare o autoprodurre elettricità, disincentivandone l’adozione da parte dei privati, che trovano così assai meno conveniente adottarle.

Non è difficile dunque capire che questa riforma scellerata è voluta dalle lobby dell’energia, che vogliono cercare di impedire la transizione alle rinnovabili dei clienti domestici e, più in generale dei piccoli clienti, rendendo meno conveniente l’investimento in questo tipo di energie pulite e virtuose. Ma in questo modo, aumentando a dismisura i costi fissi, le lobby dell’energia pongono le basi affinché i propri clienti si stacchino completamente dalla rete in futuro, appena sarà loro (prima o poi) possibile.

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